Quando il mare invade i fiumi: la risalita del cuneo salino

Cosa succederebbe se l’acqua salata contaminasse le nostre riserve d’acqua dolce? Se il mare risalisse lungo i fiumi e si infiltrasse nelle falde acquifere? Se non potessimo più usare quell’acqua per l’agricoltura e l’allevamento? 

Il termine tecnico per questo fenomeno è “innalzamento del cuneo salino” ed è tipico delle zone costiere in cui i flussi salati si incuneano sotto le correnti dolci. La presenza dei sali minerali nell’acqua marina, infatti, fa sì che questa sia più densa rispetto a quella dolce e le fa assumere una forma a cuneo quando incontra quest’ultima. 

Caratteristica naturale delle coste, diviene un problema quando l’acqua salata comincia a risalire verso l’entroterra. 

L’innalzamento dei livelli del mare e la crescente siccità stanno incrementando tale fenomeno riducendo l’acqua dolce disponibile. La situazione viene peggiorata dalla costruzione di canali, dall’estrazione di risorse idriche per uso agricolo e dall’urbanizzazione che diminuiscono le riserve facilitando la risalita dei flussi salmastri.

Non solo viene a mancare l’acqua disponibile, ma l’innalzamento del cuneo salino ha dirette ripercussioni sull’ecosistema minando la salute delle piante che non possono più abbeverarsi dal sottosuolo e rendendo impossibile l’agricoltura in certi terreni. Talvolta può estendersi fino agli acquedotti peggiorando l’approvvigionamento dei centri abitati. 

immagine di: Jooja, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Le cause della velocità della risalita del cuneo salino sono principalmente due: 

  1. L’innalzamento dei mari che porta l’acqua salata a risalire lungo i fiumi;
  2. la siccità che prosciuga i corsi d’acqua limitando il contrasto che l’acqua dolce esercita su quella salata.

Un tempo per limitare gli effetti nocivi dell’infiltrazione salina si usavano le barriere mobili antisale messe alla foce dei fiumi ma, per funzionare, hanno bisogno che passi abbastanza acqua e oggi, di acqua, non ce n’è più. 

Le piogge sono meno abbondanti, il caldo prosciuga l’idrosfera, il riscaldamento climatico porta alla fusione prematura dei ghiacci invernali che, dissolvendosi in primavera e non più in estate, privano i torrenti dell’apporto idrico nei mesi più caldi. A questo si somma un modello economico e di produzione agricola che usa ingenti quantità d’acqua prelevando dai fiumi prima che possa giungere al mare per esercitare la sua forza di contrasto alla risalita dei flutti salati. 

Emblema italiano di questo fenomeno è il Po. Il fiume più lungo d’Italia. 

Sulle sue sponde le colture diventano pian piano marroni e le piante muoiono, silenziosamente e inesorabilmente. Non solo non c’è più acqua, ma quella che rimane è salata e non si può usare per l’agricoltura. 

Il cuneo salino nel Po è risalito di più di 25 km.  

Sono necessari interventi urbani per fermare il mare che invade i fiumi. 

Nel Po una barriera antisale c’è già, solo che, per svolgere il suo lavoro, necessita che la portata del fiume sia di almeno 450 metri cubi al secondo; da mesi, però, il Po ha una portata di 200 m3/s.

La velocità dei cambiamenti climatici è superiore a quella di realizzazione delle opere pubbliche per adattarci a esso. 

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