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Non solo petrolio: La crisi invisibile dello Stretto.

Lo stretto di Hormuz. Un fazzoletto d’acqua divenuto il simbolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti. Un pezzo di mare cruciale per il commercio internazionale che, da settimane, è ostaggio delle tensioni mentre i due stati minacciano e usano il blocco navale.

L’insicurezza sulle rotte commerciali e la drastica riduzione dei mercantili in transitano sullo stretto sta decretando un aumento dei prezzi e, conseguentemente, una crisi energetica in gran parte del mondo. Gli occhi della comunità internazionale sono puntati sul corridoio di Hormuz e si attendono, sospesi, gli sviluppi del conflitto. 

34km: questa la misura del corridoio marittimo tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e quindi al Mare Arabico. 

Da qui si stima che passi il 20% del commercio globale di petrolio (circa 20 milioni di barili al giorno) e ⅕ dei rifornimenti di gas liquefatto il cui maggior produttore è il Qatar. 

Inoltre, il Golfo Persico è uno dei più importanti punti di produzione ed esportazione di fertilizzanti e il blocco delle due corsie di navigazione a senso unico dello stretto sta provocando in molti Paesi non solo una crisi energetica ma anche agricola. Infatti circa 30% del commercio di fertilizzante passa per lo stretto: ⅓  degli approvvigionamenti di Ammoniaca e Urea, usati per la produzione di culture base come cereali e riso, e il 40% dell’azoto.   

Ma lo stretto di Hormuz non è solo un corridoio commerciale e un importante snodo geopolitico; è anche, e soprattutto, un ecosistema con i suoi abitanti e il suo equilibrio interno. 

Ci dimentichiamo che tra i suoi flutti non passano solo navi ma vivono cetacei, pesci e alghe la cui esistenza è messa a repentaglio dal conflitto in corso. 

L’attività bellica produce onde d’urto e variazioni di pressione che nuocciono alle specie acquatiche. Le esplosioni sottomarine possono uccidere i pesci nelle loro vicinanza e intaccare l’udito dei grandi mammiferi. 

Nel Golfo vivono circa 7mila dugonghi e meno di 100 megattere arabe, una popolazione marina non migratoria che non può lasciare queste acque.

https://www.flickr.com/photos/earthraceconservation/5577133396/

Specie minacciate come la tartaruga embricata e il delfino megattera dell’Oceano indiano hanno qui il loro habitat e pure sulle coste si è sviluppato in ecosistema di estrema importanza per l’equilibrio naturale; per esempio le mangrovie che si sviluppano sul litorale lo proteggono e assorbono CO2. 

Le mine disturbano le frequenze che i cetacei utilizzano per comunicare e orientarsi generando anomalie comportamentali a livello sociale e alimentare. Le interferenze, infatti, inducono nelle balene una fase di digiuno forzato. 

Per i dugonghi la minaccia, invece, è la perdita delle praterie di fanerogame marine da cui traggono nutrimento: le navi e le chiazze di petrolio bloccano la luce necessaria per la crescita delle piante, alterando l’equilibrio del sistema.  

Il petrolio che rischia di fuoriuscire dalle navi è il pericolo più concreto per il bioma. Definito dagli scienziati come un mare a ricambio lento, il Golfo Persico non si rigenera facilmente e può impiegare tra i 2 e i 5 anni a pulire le sue acque e gli agenti inquinanti rimangono a lungo al suo interno. Oltretutto le perdite di materiale fossile minacciano gli squali che annualmente attraversano lo stretto e si nutrono in prossimità della superficie, proprio dove galleggia il bitume.

“Le fuoriuscite di petrolio possono uccidere le tartarughe adulte e i serpenti marini, oltre a danneggiare gli habitat di nidificazione. Possono anche colpire mammiferi marini come i delfini gobba dell’Indo-Pacifico nelle acque di Musandam [vicino allo stretto] e i tursiopi dell’Indo-Pacifico, oltre a uccidere gli uccelli marini” afferma Aaron Bartholomew, professore di biologia, chimica e scienze ambientali alla American University of Sharjah. 

Il Golfo ricopre anche un ruolo centrale nella ricerca scientifica. La sua temperatura, soprattutto tra gennaio e agosto, e il livello della sua salinità lo rendono un laboratorio naturale per delineare un modello delle condizioni future degli oceani. Le acque del golfo, hanno caratteristiche analoghe a quelle che gran parte dei mari, secondo le previsioni, assumeranno entro il 2050 e le specie che vi abitano si sono adattate a queste condizioni estreme divenendo dei campioni per studiare come la via possa adattarsi allo stress climatico. La guerra nello stretto impedisce il monitoraggio dell’ecosistema e frena la ricerca scientifica. 

La guerra può causare danni irreversibili che rischiano di portare alla completa distruzione di questo delicato e meraviglioso ambiente in cui, nonostante temperature elevate, salinità estrema e poco ossigeno, la vita prospera e vince. 


fonti

https://www.wired.it/article/hormuz-fauna-marina-stretto-golfo-persico-rischi-guerra

https://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_dello_Stretto_di_Hormuz

https://www.rsi.ch/info/mondo/Stretto-di-Hormuz-cosa-c%E2%80%99entra-con-il-cibo-sulle-nostre-tavole–3683060.html

https://docs.google.com/document/d/12Q8wKWB_YSgtqFzd6HzCkvdq7HjUgnuwO2INGYi5_WI/edit?tab=t.0

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